Mayor di Londra: novità all’inglese.

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Il giorno delle elezioni per il Mayor di Londra è arrivato. É arrivato dopo una campagna elettorale dura, aspra e sicuramente non “politically correct” se si segue il sobrio standard inglese. Una campagna elettorale che ha visto i 2 maggiori candidati scambiarsi ripetutamente colpi bassi e attacchi personali. Non c’è da stupirsi però. Queste elezioni amministrative nella City rappresentano infatti, secondo molte testate e tabloid inglesi, la più importante prova elettorale prima delle elezioni presidenziali del 2020, che vedranno l’atteso faccia a faccia tra il Primo Ministro uscente David Cameron e il Segretario del partito Labourista Jeremy Corbyn.

Ma torniamo a Londra. Se da una parte il partito Conservatore ha scelto una figura politica simile a quella dell’ormai ex sindaco Boris Johnson, Zac Goldsmiths, dall’altra questa campagna elettorale è stata segnata, positivamente, dall’ “homo novus” Labourista Sadiq Khan. Per farla breve, Khan rappresenta la stragrande maggioranza delle minoranze etniche che fanno parte della popolazione Londinese. Di origine pakistana e di religione islamica, Khan raffigura politicamente tutta quella fetta di popolazione in cerca di riscatto sociale. Raffigura cioè, quello che Andrea Pipino (Internazionale) definisce “l’esempio del fatto che a volte nel Regno Unito l’ascensore sociale funziona ancora”.

Come prevedibile, l’intera campagna elettorale ha ruotato intorno a temi molto cari a Londra e ai Londinesi: trasporti, mobilità, integrazione, mercato immobiliare, cultura e ,“the last but not the least”, la sicurezza. Proprio quest’ultimo tema è stato al centro di accesi scontri elettorali, e non poteva essere di meno, dato che la capitale inglese è stata spesso accostata a nuove e insistenti minacce terroristiche. Zac Goldsmiths, alludendo alla origini di Khan, ha più volte accusato il candidato Labourista di essere “amico dei terroristi” e un “pericolo per la città”. Accuse che, se da una parte gli hanno valso il titolo di “razzista” e “islamofobo”, dall’altra hanno attirato le attenzioni di molti esponenti Tory, tra cui l’ex sindaco Johnson, e di una buona parte della popolazione che vede in Khan una figura troppo libertaria nei confronti dell’estremismo islamico e di conseguenza una figura non adatta a gestire la spada di Damocle della sicurezza interna londinese. Bisogna aggiungere però, che le accuse del candidato Tory non si fondono molte volte su precisi punti politici ma, come spesso accade anche nel resto d’Europa, su infondate conclusioni derivanti dal diverso background socio/culturale.

Vi è però un problema. Un problema ben più ampio persino di Londra. Un problema chiamato “Brexit”. Il 23 Giugno di quest’anno infatti i cittadini Inglesi e del Commonwealth voteranno a favore o meno dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Che cosa c’entra con l’elezione per il sindaco di Londra? Se da una parte il partito Labourista e Sadiq Khan si sono espressi fortemente contrari ad una possibile uscita dall’Unione, Zac Goldsmith si è apertamente schierato in favore, in perfetta linea con Boris Johnson, voce preminente del fronte anti-Europa (una voce conservatrice ma in aperto contrasto con Cameron e il governo, fortemente europeista).

Una posizione, quella di Goldsmith, che, secondo molti, ha assunto le sembianze del suicidio politico per il candidato conservatore. Personalmente, da Europeo risiedente a Londra, mi è difficile pensare Londra come una città euroscettica o non legata, economicamente e culturalmente, con il resto d’Europa. Le Università e moltissimi posti di lavoro, prestigiosi e non, attingono dalla mancanza di frontiere risorse umane ed economiche. Le diversità culturali e l’import di esperienze e competenze umane dal resto del continente ha assunto a Londra un ruolo fondamentale per l’economia e per la sempre diversa ricchezza di colori. La presa di posizione anti europeista del candidato Tory ha quindi, secondo i sondaggi, spianato la strada per una possibile vittoria dell’homo novus Sadiq Khan. Staremo a vedere.

Author: Alessandro Albano
Language: Italiano

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Politique de base – des théories de la dépendance à celle de l’interdépendance économique.

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La théorie de la dépendance, née dans les années 50-60 (surtout développée en Amérique du Sud) explique les rapports de dépendance économique qui existent entre les pays pauvres et les pays riches (la différence étant en faveur des pays nantis). Pour le théoricien de cette pensée, les pays plus riches exploitent les pays plus pauvres – ou en voix de développement – pour assurer leur croissance économique. Dans cette théorie, l’auteur principale de cette théorie met en évidence le rapport centre-périphérie (Raul Prebisch, 19811). Le centre de ce système de dépendance est le lieu où sont prises les solutions les plus importantes et la périphérie est le lieu de la production primaire du travail (matières de base).L’objection à cette théorie est l’iniquité mondiale générée par ce système entre les pays plus développés et les autres, plus pauvres. Pour avoir une dépendance, doit donc exister une relation de soumission entre un sujet A et un sujet B.

La théorie de l’interdépendance économique, par contre, provient de la tradition libérale des R.I (Relations Internationales) – elle est apportée comme une réponse aux postulats principaux des théoriciens réalistes. L’Etat n’est pas considéré comme l’unique agent qui influence les politiques internationales mais plutôt comme une variable avec des préférences associées. Au dessus de l’Etat, dans les économies modernes, on retrouve d’autres entités plus grandes (Organisation Internationales, NGO, Multinationales ecc..) qui agissent sur les choix des acteurs. Pour le père de l’interdépendance économique (COOPER R. 1968 – 1972), les relations entre les Etats les plus importants du XXème siècle (USA, Europe Occidental, Japon) amènent à une coopération positive. Cette coopération conduit les pays vers une richesse majeure et non exclusivement sur l’idée réaliste (Waltz 1979)2 de conserver à tout prix la sécurité dans un monde anarchiste. L’interdépendance économique amène donc les Etats à une politique étrangère et une conception d’organisation mondiale différente du passé. L’augmentation des flux financiers et commerciaux a un effet sur les politiques nationales des Etats. En conséquence, les politiques économiques internationales réduisent presqu’à néant la liberté de choix des institutions (ministères, agences ecc..) nationales (MORSE, 1970 – Modernisation).

Les néo-réalistes critiquent vivement l’équilibre naturel promu par les théoriciens de l’interdépendance économique et mettent en avant les hiérarchies de pouvoir dans les rapports de coopération. Les variables liées au pouvoir amenuisent la coopération positive entre les agents (Waltz 1970, Stein 1973) créant une dépendance ou une “coopération asymétrique“. Suite à ces débats, les théoriciens de l’interdépendance économique ont développé le concept d’ “interdépendance complexe” (KEOANE R., NYE J. 1977 3) où ils considèrent les rapports internationaux d’une manière asymétrique (donc pas coopérative à 100%). La complexité de l’interdépendance pour ces auteurs dérive d’une “asymétrie de vulnérabilité4” des Etats dans un contexte de compétitivité et d’équité pas tout-à-fait évidente. Le développement des rapports étatiques se développe davantage à l’occasion des “issues areas(énergie, monétaire, financière, commerciale) où l’utilisation de la guerre est toujours moins préférable. On cherche l’indépendance dans un monde de plus en plus interdépendant.

1 Raul Prebisch, Capitalismo periférico: crisis y transformación, Fondo de Cultura Economica, Mexico, 1981, ISBN: 9681608194, 344 pages.
2 Kenneth Neal Waltz, « Dans l’anarchie, la sécurité est le but le plus élevé. C’est seulement si la survie est assurée que les Etats peuvent poursuivre en sécurité d’autres objectifs tels que la tranquillité, le profit, et la puissance… » “Theory of International Politics, New York, Random House, 1979, p. 126
3 Robert O. Keohane , & Josef S. Nye, Power and interdependence: World politics in transition, 1977, Boston: Little, Brown.
4 Ibid « Nothing guarantees that relationships that we designate as «interdependent» will be characterized by mutual benefit. » page 10.

Aviazione: registro UE dei passeggeri (PNR) bocciata nel 2013 entrerà in vigore adesso? Più sicuri o più controllati?

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Secondo alcuni analisti, un primo passo concreto per contrastare il terrorismo in Europa è stato compiuto. Lo scorso 15 aprile il Parlamento Europeo ha approvato ad ampia maggioranza la direttiva per la creazione di un registro dei passeggeri (Passenger name record) per i voli aerei provenienti da o diretti verso paesi extra UE. La direttiva dovrà ora essere approvata dal Consiglio e inserita nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, dopodiché gli Stati avranno due anni di tempo per attuarla.

La norma impone alle compagnie aeree di inviare, uno o due giorni prima del decollo, la lista e i dati dei passeggeri ad una Unità di informazione sui passeggeri (UIP), che ogni Stato membro dovrà istituire con leggi nazionali. Questi dati saranno quelli che ogni utente immette al momento della prenotazione on-line di un biglietto e non verranno richieste ulteriori informazioni.

Quest’ultime verranno conservate e analizzate per un periodo massimo di cinque anni prima di essere definitivamente cancellate, salvo accertamenti in corso su specifici soggetti. Il sistema funzionerà secondo il metodo “push”, cioè le UIP non avranno accesso diretto ai database informatici delle compagnie aeree. Le UIP, inoltre, dovranno essere composte da personale specializzato e saranno supervisionate da un addetto alla privacy.

Come immaginabile, la protezione dei dati personali rimane uno dei punti più delicati della discussione sul registro dei passeggeri. Inizialmente la Commissione aveva proposto che i dati attraverso cui risalire all’identità dell’individuo rimanessero accessibili solo per i primi trenta giorni dalla loro ricezione. Il negoziato con Parlamento e Consiglio ha invece stabilito che questi saranno disponibili per i primi sei mesi, al termine dei quali il nome del passeggero verrà criptato. L’identità di un passeggero sarà dunque celata dietro un codice di riconoscimento, attraverso cui sarà comunque possibile tracciarne gli spostamenti.

Sostanzialmente le UIP avranno il compito di conservare e processare le informazioni ricevute e sottoporre le loro osservazioni solamente a specifici enti stabiliti dalla legge. A ciò si dovrà aggiungere un’autorità nazionale indipendente che controllerà l’intera gestione della enorme mole di dati. Inoltre questi potranno essere scambiati tra gli Stati e con Europol, attraverso il sistema SIENA (Secure information Exchange network application).

La novità del registro dei passeggeri, e vero oggetto del contendere, sta nel fatto che le UIP monitoreranno informazioni sensibili in maniera sistematica, attraverso controlli incrociati e monitoraggio costante. In pratica quello che già viene fatto dalle compagnie aeree per scopi commerciali, verrà ora utilizzato per individuare potenziali soggetti pericolosi.

Dunque le UIP non saranno solo un punto di stoccaggio di informazioni a disposizione degli inquirenti, cosa che già avviene con le normali prenotazioni, ma luoghi in cui i dati verranno processati in maniera autonoma e indipendente. Questo consentirà, secondo i sostenitori del provvedimento, di risalire a possibili terroristi anche fra individui non ancora noti alle autorità, come accadrebbe invece con la semplice registrazione del documento di identità.

Seppur nata come tentativo di coordinamento europeo contro il terrorismo, appare chiaro sin da ora che la norma non avrà un’applicazione omogenea. Questo perché ciascuno Stato potrà scegliere discrezionalmente se applicarne le regole anche ad operatori diversi dalle compagnie aeree, come agenzie turistiche, e se includere nei controlli anche i voli interni europei. Tali disposizioni lasciano intuire che l’intento originario della direttiva è quello di individuare i cosiddetti “foreign fighters”, ovvero cittadini europei che dopo periodi trascorsi in scenari di guerra rientrano in Europa per compiere atti terroristici.

Altro dubbio risiede nei vari organi che saranno abilitati a processare i dati personali dei viaggiatori e nell’uso che ne verrà fatto. Sostanzialmente il chi farà cosa e i limiti all’azione di ciascun attore coinvolto rimangono ancora poco chiari. Quello che sembra certo è che la norma prevede che informazioni come nazionalità, religione, orientamento politico, siano rese inaccessibili. Rimane pur vero che, una volta individuato un potenziale pericolo, gli inquirenti potranno risalire all’identità della persona, anche dopo i primi sei mesi di conservazione dei dati.

Nel 2013 il rischio di ingerenza nella vita privata dei cittadini portò a bocciare l’iniziativa sul registro dei passeggeri. Ora la minaccia terroristica, cosi come accadde negli USA dopo l’11 settembre, ha fatto cambiare idea agli Stati europei. Al termine dei due anni di tempo per recepire a livello nazionale la direttiva, la Commissione valuterà se apportare emendamenti e nel caso quali. Dunque tutto è ancora migliorabile ed un primo passo verso norme comuni di antiterrorismo è stato compiuto.

UE-Russie les rapports commerciaux 2004-2012 entre les deux blocs.

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Les différences entre la Russie et l’Union Européenne subsistent à différents niveaux: culturels, politiques, économiques, législatifs, mais aussi sur les standards quant à la sécurité et la technologie. Cependant, entre les deux entités subsiste un facteur clé: la proximité territoriale. Cela contraint ces deux continents à se confronter pour instaurer un rapport de bienséance dans une optique commerciale et transnationale. Du coté de l’Europe, encore dépendante au niveau de son approvisionnement énergétique, elle n’en reste pas moins maitresse du jeu car elle influence le cadre international grâce aux aides “techniques” qu’elle apporte a bon nombre de pays extra-UE.

Au niveau du territoire, la Russie est un des plus grands continents de la planète et la moitié de son territoire est inhabité1. Au niveau énergétique notamment, il s’agit en termes économiques de la plus vaste réserve gazière du monde : estimée en 2014 à 47,800 Gm3 2, ce qui représente une augmentation par rapport à 2012. Seul, ce continent détient le 26, 6% des réserves mondiales de gaz. En 2014, le pays était encore un des plus grands producteurs d’hydrocarbures et de pétrole avec les Etats-Unis et l’Arabie Saoudite 3. Derrière la Russie, nous retrouvons l’Iran, le Qatar et le Turkménistan. La majorité du gaz naturel russe (80%) est située dans la zone sibérienne (superficie vaste plus de 12,1 millions de km2 ; peuplée par plus de 30 millions de habitants).

Une des plus grandes entreprises russes, aujourd’hui présente dans le monde, est Gazprom : une société qu’on peut juger comme représentant les intérêts internes et externes du secteur énergétique de l’Etat russe. Gazprom est née en 1993 et
«possédait, en 2004, 60 % des réserves gazières de la Russie…elle assure près de 90% de la production…de la demande russe en électricité…elle possède le monopole sur 150 000 km du réseau gazier russe» 4. Si on analyse les données de FDI 5 (investissements directs à l’étranger) dans son ensemble, entre 2004 -2012, en Europe (27) et en Russie, on se rend compte combien les investissements et les capitaux ont augmenté. L’Europe est passé (avec une évolution de presque 19 %) de 3,015 millions d’euros à 15,934 millions d’euros (avec des diminutions entre 2007 et 2009 en raison des crises ukrainiennes). Dans la même période, la Russie a augmenté son investissement en Europe-27, passant de 801 mille euros à 6,443 millions d’euros (hausse du 12,5 %).

Ces informations géopolitiques et économiques nous font comprendre deux choses principalement: la première est l’intensification des mouvements entre les deux continents au niveau commercial; la deuxième concerne les intérêts des deux zones territoriales. Dans ce contexte, nous pouvons concevoir le contraste entre «interdépendance énergétique»6 et le concept plus connu de “dépendance énergétique” d’un continent (notamment la Russie) sur un autre (l’Europe).

En effet, les relations entre Europe et Russie se basent davantage sur une interdépendance asymétrique et que «varied over time and can be influenced by the actors, creating political and economic dynamics» 7. Ceci ne veut pas dire que la dépendance énergétique n’existe plus mais qu’elle est utilisée par les deux parties, au fur et à mesure des besoins et des opportunités, pour atteindre d’autres objectifs parallèles. Par exemple, la fin d’une dépendance énergétique peut justifier de nouveaux investissements dans d’autres projets (nationaux ou internationaux) ou des contrats à long terme pour assurer l’approvisionnement énergétique d’une part, et des revenus sûrs, d’autre part, l’Europe reste un marché certain pour la Russie, assurant par là une stabilité des échanges.

Formellement, les problèmes principaux au niveau commercial entre les deux systèmes sont les différentes réalisations des politiques et des réglementations sur le terrain, comme les règles sur la concurrence, le marché intérieur et le prix de vente aux consommateurs finaux, par exemple. C’est en théorie le cas du pipeline South Stream qui aurait dû partir de la Russie, passer au dessus de la mer morte et arriver directement en Bulgarie en évitant l’Ukraine. Ou encore le cas du refus de la Russie de signer la carte de l’énergie. Les pays européens ne peuvent pas accepter le monopole d’un secteur parce qu’il s’oppose aux règles européennes basées sur le libre marché ; mais il y a des exceptions comme on l’a vu. Dans le contexte énergétique international, beaucoup d’entreprises 8 des Etats membres préfèrent négocier d’une seule voix mais signer d’une seule main” 9. Dans ce cas, la vision de « mutual dependecy » 10 dans le cadre de l’interdépendance asymétrique est renforcée. Les acteurs institutionnels des deux continents doivent balancer les intérêts nationaux et les pouvoirs internationaux adverses. En terminant donc la politique étrangère n’est plus donc attachée aujourd’hui aux théories réalistes (essentiellement diplomatiques) où c’est seulement l’Etat qui configure ses stratégies mais bien a celles de l’interdépendances complexe.

Author: Matteo M. Mannello
Language: French

Sources

1  Russian Population Density Map 2010 – http://bit.ly/1JpWyXt
2 CIA, The world factbook, https://goo.gl/Sg1KJ9
3 Estimated U.S., Russia, and Saudi Arabia petroleum and natural gas production Source: U.S. Energy Information Administration, http://1.usa.gov/1yRRKBx
4 Samuele Furfari, Le Monde et l’Energie Enjeux géopolitiques 2. Les cartes en mains. Edition Technip, Paris 2007, ISBN: 978-2-7108-0887-9, ISSN : 1954-8958, 399 pages, p 103
5 EUROSTAT, Financial Direct investment stocks as % of GDP – FDI Income 2004-2012
6 Øistein Harsem, Dag Harald Claes. The interdependence of European- Russian energy relations, Energy Policy 59 (2013),784-791
7 Ibidem,p.785
8 Samuele Furfari, Op. cit pp107-108
9 Samuele Furfari, ibidem p 108
10 Josepf Samuel Nye, Understanding International Conflicts: an Introduction of to Theory and History, Person, New York 2009, ISBN: 0321472012, p.208

Énergie UE-Caucase: le “Contrat du Siècle” en Azerbaïdjan.

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Dans le cadre global énergétique et diplomatique s’ajoutent aujourd’hui les territoires asiatiques (qui étaient sous influence russe) qui sont en pleine expansion économique. Entre ces espaces post-soviétiques, il y a la zone du Caucase. Ce territoire est gorgé de matières premières (pétrole et gaz) dans son entresol. L’Azerbaïdjan, un des pays le plus importants de cette zone actuellement et un point stratégique dans le cadre de l’approvisionnement énergétique européen.

Dans les dernières 24 années (du 1991-2015), ce pays s’est transformé en une région essentielle pour les blocs occidentaux et orientaux. L’accord économique, signé en 1994, nommé Contract of the Century 1, est l’exemple d’un choix stratégique pour une coopération entre les individus, les institutions et les acteurs internationaux. Le “Contrat du Siècle » est un choix fortement voulu par le vieux président Heydar Aliyev (père de l’actuel président Iham Aliyev) et les institutions azéries pour des bénéfices économiques à moyen et long termes. En 1994, après la signature du “Contrat du Siècle“, la ratification a eu lieu à la fin de l’année et l’accord est devenu ainsi effectif après quelques semaines.

Le “Contrat du Siècle” donne la possibilité à l’Azerbaïdjan de créer le BTC 3 (Baku – Tblisi -Ceyhan) en 1988 (opérationnelle en 2006) et le Sangachal Terminal. L’Azerbaïdjan, avant cette ouverture, ne disposait absolument pas des capitaux nécessaires pour l’exploration, l’extraction et la mise en oeuvre des activités de production. Au niveau de macro-intérêts en effet cette ratification ouvre la possibilité d’exploitation des dépôts énergétiques ACG (Azéri-Chirag et Gunashl) à 11 multinationales2. De là se crée le Consortium AIOC avec la British Petroleum (BP) qui dispose d’un rôle primaire car à la tête du Consortium, on retrouve aussi un des ses hommes.

Après cette opération stratégique, le pays a rejoint le grand jeu géopolitique axé autour des intérêts globaux d’approvisionnement énergétique, témoignant alors d’une politique d’ouverture envers toutes les parties. Le cas de l’Azerbaïdjan, pendant ces années, nous démontre que, dans ce cadre international, les acteurs peuvent retrouver la défense de leurs intérêts territoriaux aussi grâce à l’amélioration de leurs rapports d’interdépendance avec les autres Etats ou acteurs internationaux.

Le cas de l’Azerbaïdjan nous fait comprendre comment naît le jeu économique énergétique entre un Etat du bloc oriental (indépendant) et des entités privées des pays occidentaux. En plus en comprend aussi à quel point les intérêts divergents des pays occidentaux et des Etats du bloc oriental se rencontre dans le grand enjeu international de l’énergie.

Author: Matteo M. Mannello
Language: French

Sources:

1 Presidence de l’Azerbaidjan, Contract of the Century – http://bit.ly/1BGbeLV
2 BP (British Petroleum), Statoil,
3 BTC (Baku – Tblisi -Ceyhan) Deuxième pipeline plus long du mond après le pipeline Russe Druzhba

La communication POP (snapchat,fb..) vers les citoyens dan les élections américaines.

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Author: Kevin Ngirimcuti
Language: French

Les américains et le monde sont prêts pour le remplacement de Barack Obama. En effet, c’est la dernière ligne droite pour les candidats républicains et démocrates pour discuter et débattre des sujets tels que la politique, l’économie et bien d’autres encore. Ceci représente un changement radical car pour la première fois, les américains ont en face d’eux une candidate femme, Hilary Clinton, et un businessman, Donald Trump. Tous les deux sont des figures de proue dans l’histoire américaine. Une représente la “famille royale américaine” en termes de politique, puisqu’elle est la femme de Bill Clinton, ancien président des Etats Unis, et l’autre, Donald Trump, l’incarnation de l’« American Dream » (Trump est d’ailleurs très connu pour son émission « The Apprentice »). Toujours du côté démocrate, on retrouve Bernie Sanders, un autre démocrate d’origine polonaise ayant grandi à Brooklyn. Dans celui des républicains, par contre, nous avons Ted Cruz, dont la candidature réduit les chances du milliardaire et homme d’affaires Trump.

Nous allons nous intéresser aux messages que les politiciens américains essayent de passer, afin de voir leur chance augmenter dans les sondages. Tout d’abord, il serait pertinent de voir comment ils parviennent à communiquer avec la population civile. On sait que les médias jouent un rôle prépondérant dans l’élection d’un candidat. Ce n’est pas hasardeux si, en 2008, l’élection était appelée « Election Google ». En 2012, on parlait d’ « Election Twitter » . Aujourd’hui, on sait que la technologie va encore plus loin avec Instagram et Snapchat. Une stratégie ?

De nos jours, aux Etats Unis, les jeunes entre 18-34 ans sont des Snapchatters[1]. Qu’est-ce que c’est Snapchat ? Il s’agit d’une application que l’on peut télécharger sur son Smartphone. Sur notre page Snapchat, nous pouvons publier des photos, des vidéos et des messages. Ainsi, toutes les personnes qui nous suivent sont informées instantanément de nos faits et gestes. La géolocalisation qu’émet une photo permet de renforcer l’idée de la personnalité de l’utilisateur. Cette méthode est devenue une forme de communication pour les candidats qui essayent de prendre un maximum de votes. La particularité des messages Snapchat c’est qu’ils s’évaporent, ils sont éphémères. Ils ne restent pas affichés comme les Tweets ou les messages Facebook. Ceci peut poser un problème à ceux qui veulent porter plainte au cas il y avait un message discriminatoire ou raciste. Dès lors, cette pratique qui montre une double facette. En effet, dès son arrivée au pouvoir en 2008, Obama a rassemblé autour de lui une forte communauté grâce aux réseaux sociaux[2]. Pour citer quelques chiffres, plus de 500$ Millions ont été collectés en ligne, tandis que la page Facebook du Président américain compte sur 5 millions de supporteurs et son canal YouTube plus de 120 millions de vues. Cette popularité s’est étendue sur plusieurs autres réseaux, comme Myspace, Facebook ,Tumblr, etc…

La présence sur les réseaux sociaux est désormais une nécessité pour tout homme politique, notamment parce qu’elle leur permet de mettre en place des actions rapides dans le cadre de leurs campagnes. Inversement, si les candidats ne se prêtent pas au jeu, ils risquent de devenir des outsiders. Finalement, les jeunes sont plus réceptifs aux réseaux sociaux car cela fait partis de leur univers. Après tout, tout le monde peut avoir des idées partagées à propos des réseaux sociaux et des élections. Mais il est juste de noter que c’est une pratique qui s’est répandue dans le monde entier.

[1] M.D. Etats-Unis :2016 sera la présidentielle Snapchat. www.lesechos.fr . 27/07/15.
[2] Politique 2.0 : L’utilisation des réseaux par les politiques. www.lautremedia.com .

Fallimento dei paesi UE o dell’UE Politica?

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Author: Marcello Pellicelli
Language: Italiano

In seguito agli attentati del 22 Marzo a Bruxelles uno dei temi dominanti e più ricorrenti nel profluvio di articoli e analisi che ne sono seguiti ha riguardato il Belgio: è uno Stato fallito?
Se si prendono in considerazione i principali indicatori di benessere e qualità della vita, come longevità media, qualità dell’istruzione, Indice della Felicità delle Nazioni Unite, nel reddito pro-capite, emerge che il Belgio è costantemente nelle migliori posizioni, con risultati migliori di buona parte dei paesi più “avanzati” in tutte le classifiche prese in considerazione.1
Anche volendo limitare il discorso all’Unione Europea è doveroso sottolineare che il terrorismo islamico ha una dimensione transnazionale e ormai globale, come purtroppo testimoniano i tragici attentati di San Bernardino negli Stati Uniti e prim’ancora dell’11 settembre, limitando la nostra analisi ai soli paesi occidentali. Ne consegue che la domanda “E’ uno Stato fallito?” è  inadeguata o fuorviante.  La sfida del terrorismo islamico da ormai diversi anni si configura come una “guerra asimmetrica”: un movimento terroristico globale vs governi locali, nel migliore dei casi nazionali.2

Che il Belgio sia uno Stato con dei problemi è innegabile: tuttavia anche altri paesi ben più forti hanno avuto grossi problemi nel far fronte ad attacchi terroristici della medesima matrice fondamentalista, con medesimi risultati fallimentari. Non si tratta dunque del fallimento di uno Stato piuttosto che di un altro, ma forse dell’Europa come insieme (e in senso più largo, dei paesi occidentali) e può essere visto come un fallimento prima di tutto politico. La dimensione globale del problema richiede che le soluzioni si trovino in dimensioni politiche ed istituzionali superiori alle mere entità nazionali.2,3
Tuttavia è pur vero che il Belgio si trova in una situazione molto peculiare e problematica (come testimoniano le continue diatribe tra organi istituzionali dei vari livelli e non solo, ad esempio il caso della riapertura dell’aeroporto di Zaventem o l’ultimo sciopero dei controllori di volo). Per quanto piccolo esso sia, si contraddistingue per una frammentazione istituzionale molto marcata che deriva dalla sua particolare storia; e che in un paese così piccolo vi siano due lingue ufficiali (in realtà sono addirittura tre, non si considera la comunità linguistica tedesca perché molto circoscritta) indubbiamente non ha agevolato la costruzione di un sentimento unitario.3,4 Da questo punto di vista credo che tale difficoltà dovrebbe far riflettere i policymaker europei sui progetti di costruzione di un’Europa politicamente più forte di quella di oggi: la questione linguistica è e sarà un tema centrale che richiederà delle soluzioni che tengano conto che un eccesso di frammentazione linguistica creerà dei problemi, fatte le dovute proporzioni, proprio come li ha creati al Belgio. La costruzione di un’Europa sociale e culturale riconoscibile e in cui i cittadini europei possano identificarsi non dovrebbe prescindere da una maggiore integrazione linguistica.

Ancora più gravi sono le ripercussioni di tale frammentazione dal lato dell’organizzazione e del coordinamento delle forze di intelligence e delle Forze dell’Ordine e di Polizia. Anche in questo caso si può ravvisare, in parallelo, una difficoltà simile a livello europeo. Come da più parti è stato osservato e sollecitato, è giunto il momento che la Commissione Europea e il Consiglio Europeo prendano decisioni tempestive e forti volte ad una unificazione o almeno ad un maggior coordinamento ed una maggiore cooperazione tra le diverse forze dei vari paesi, al fine di condividere informazioni e affrontare in un modo più integrato ed organico la sfida del jihadismo globale.2 .

Ritornando alla situazione del Belgio tuttavia tanto la capacità delle forze di intelligence quanto le politiche di integrazione vantano una esperienza importante ed operano egregiamente, in rapporto alle risorse di cui dispongono4,5. Risultano più problematiche le frammentazioni istituzionali interne e le conseguenti difficoltà ed inefficienze comunicative delle forze in campo nonché la scarsità di risorse e di investimenti, sia sul fronte della sicurezza che su quello dell’integrazione. Insomma, il problema è prima di tutto di natura politica. Lo dimostrano le affermazioni in questo periodo di vari esponenti politici.  Bart De Wever leader del partito N-VA e sindaco di Antwerp dice  “Unfortunately, Europe is developing into a large Belgium, instead of Belgium developing into a smaller Europe6. Citando Emma Bonino invece: “È un’Europa i cui membri sembrano non capire in che mondo viviamo e a quale velocità è cambiato il mondo intorno a noi. È dunque una Europa che è rimasta a metà del guado, senza una politica estera né una politica di difesa e sicurezza comune e anche meno per ciò che concerne l’integrazione interna. Partendo da questa amara quanto realistica constatazione, trovo davvero stucchevole l’invocazione ad una intelligence comune, specie quando questa viene evocata da coloro che hanno fatto di tutto fino ad ora per impedirla” . Inoltre aggiunge la Bonino: “Il problema è l’Europa, così come è scritta, modellata nei Trattati, e come gli egoismi degli Stati membri l’ha voluta, per cui, restando al tema, la sicurezza europea, sia sul fronte interno che su quello esterno, resta ancora tenacemente, testardamente, nazionale. Se non abbiamo un’Europa più politica, un’Europa della sicurezza, della politica estera e di difesa, noi rincorreremo sempre le emergenze, con l’idea che ogni Paese che fa da sé fa meglio, quando questa si sta dimostrando un’assoluta, tragica illusione7 .”
Dalla propria pagina Facebook Guy Verhofstadt invece invoca un’azione decisa da parte della Commissione Europea:”Our leaders seem stuck in the failed policies of ‘better coordination’…I therefore call on the European Commission to go further in its legislative proposals.”
Infine secondo Elio Di Rupo:”È impossibile prendere decisioni difficili e coraggiose. Alla fine l’accordo è al minimo denominatore comune, come accaduto con l’intensa con la Turchia. Ha ragione il premier Renzi, si deve tornare al nucleo originario. Dobbiamo pensare a un’Europa a cerchi concentrici: un nucleo con sette-dodici Paesi con obiettivi comuni e gli altri uniti nel mercato unico.”

Dalla caduta del muro di Berlino in poi si sono spalancate le porte ad un capitalismo globalizzato senza precedenti nella storia dell’umanità. Pochi anni dopo è iniziata la rivoluzione digitale e improvvisamente il mondo è diventato molto più  veloce. Gli equilibri geopolitici consolidati per decenni dalla guerra fredda sono venuti meno e stiamo vivendo un periodo di riconfigurazione dei rapporti di forza di un mondo che mai prima d’ora è stato così globale, interdipendente ed interconnesso. Peraltro in un contesto di mutamenti climatici che si riverberano in modo imprevedibile su più parti del globo. Le tensioni demografiche, sociali, economiche e politiche sono elevate e i cambiamenti si susseguono a una velocità impressionante. Dato questo contesto, la paralisi delle istituzioni europee e l’incapacità di mutamento delle proprie forme di governance per far fronte alle nuove sfide che abbiamo davanti rappresentano una minaccia gravissima per l’Europa stessa e per tutti i cittadini europei. Terminando vale la pena ricordare le parole di Charles Darwin: “Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti.”
E’ quantomai urgente che i policymaker europei prendano coscienza non tanto delle difficoltà del mondo in cui viviamo, cosa di cui confidiamo si rendano conto, ma che mai come oggi è urgente concretizzare i cambiamenti, per necessità adattive ai rapidi ed incessanti mutamenti del mondo di oggi, delle istituzioni europee nel senso di un’Europa più forte, unita e solidale. Ne va della nostra sopravvivenza.

  1. Il Belgio: ma quello non è uno Stato fallito! di Federico Rampini
  2. La Commission doit avoir la capacité de protéger l’Europe di Antonio Longo
  3. Il Belgio è uno stato fallito? – Il Post
  4. My journey through Molenbeek – POLITICO – by Matthew Levitt
  5. Why Belgium is not Europe’s jihadi base – POLITICO – by Thomas Renard
  6. Postcard from a Failed State? – Spiegel Online
  7. Terrorismo – Bonino: “L’Europa è ferma alle nazioni. Così rincorrerà sempre l’emergenza”
  8. Di Rupo: «Il Belgio non è fallito. C’è libertà totale, per questo è fantastico”

The new dawn of feminism.

x uso non commerciale

In this day and age, the word “feminism” is the elder sibling of the now-shrugged upon “suffragette”; a prejudiced word that corners and categorizes women to say the least. Originating as the emasculated morphological variant of “suffragist” and connotatively frowned upon French –ette suffix, the term of “suffragette” had incipiently been branded as a meta-insult towards its followers. Over the course of centuries, –ette has become a marker of things that are short or smaller-than-usual (Steinmetz 2015), denigrating – according to the Head of U.S. dictionaries for Oxford Katherine Martin (Steinmetz), or even “ultimately condescending”, voiced historian Nancy Rohr (Steinmetz).

If a stronger word is now more widely used to refer to the form of activism, it may very well be thanks to the contemporary advocates of the movement for gender equality. Surely, role models for women and defenders of their rights are as old as time: Vashti and Esther, both stemming from the Book of Esther as prominent figures within the celebration of Purim (Ross 2016).. According to Martha Rampton (2015), professor of history and director of the Center for Gender Equity at Pacific University: “some thinkers have sought to locate the roots of feminism in ancient Greece with Sappho (d. c. 570 BCE), or the medieval world with Hildegard of Bingen (d. 1179) or Christine de Pisan (d. 1434)…Certainly Olympes de Gouge (d. 1791)…”

More recent examples in our post-Enlightenment society include Britain’s Mary Wollstonecraft with her magnum-opus from 1792 titled “A Vindication of the Rights of Woman”; the work’s purpose was plain and focused: “to explain how men and women are totally equal beings” (Shmoop Editorial Team 2008). Jane Austen deserves to be mentioned as well (Rampton 2015), resulting in a great legacy of suffrage movement started in Great Britain. Important benchmarks stemming from the lasting suffrage outcry includes the foundation of the International Alliance of Women (originally called the “International Woman Suffrage Alliance”), which promotes women’s human rights around the world; the Matrimonial Causes Act 1907 and the Sex Disqualification (Removal) Act 1919 both amended the law in favor of a more balanced rule of law, irrespective of gender. On a final retrospective note, suffrage was given to all women over the age of 21 in Great Britain in 1928 (Crawford 1999).

The first wave of feminism took place during the late part of the 19th century throughout the early 20th century, with prominent focus on opportunities for women and suffrage (Rampton 2015). During the second wave, from the 1960s on to the 1990s, sexuality and reproductive rights were dominant issues as well as striving towards social equality (Rampton). The third wave of feminism wanted to adopt the notion of “universal womanhood” (Rampton). Women were to be considered feminine for their attire, personality and skillset and not because of their sexuality.

Late 2014 marked the inception of a new era within the trending fourth-wave of feminism-movement for many reasons, yet two stand out. The first one is Emma Watson’s poignant speech as introduction to her role as UN Women Goodwill Ambassador and spokesperson for HeForShe – a solidarity movement for gender equality which calls upon men and boys to help end the persisting inequalities faced by women and girls globally (the UN’s own definition of the movement). The British actress’ appearance for the NGO has sparked worldwide praise and attention ever since her appointment as ambassador and spokesperson.

Secondly is the Sony Pictures Entertainment Hack Scandal. The leak may have shed light on countless of Hollywood projects-to-be (notably inside information pertaining to blockbusters like 2015’s “Spectre” being over-budgeted from production onwards), or instilling the lukewarm debate regarding the acting categories at awards show, pertaining to a perennial question: do actresses win awards easier than actors do, having to fight off less heart-shrieking performances within their category? Another analysis for another debate for another time. The Sony-scandal might perhaps be the sacrilege feminism has been waiting for. Actresses are seemingly less paid than their male counterparts in Hollywood productions. Hannah Minghella, co-president of production at Sony’s Columbia Pictures division, earns less than her male counterpart, according to hacked Sony documents (Copeland 2014). Additionally, the leak showed magnate Marvel Studio’s apparent distaste for relaunching female-driven superhero movies (Goodman 2015). However; aHowes of now, things have evolved towards the better side: a female version of Captain Marvel is scheduled to be incorporated into the vastly successful and ever-expanding Marvel Cinematic Universe. Also, Charlize Theron renegotiated her fee for 2016’s “The Huntsman: Winter’s War”, in order to be equally paid as her male co-star Chris Hemsworth, joining stars Patricia Arquette and Emma Watson who advocate equal gender payment (Lewis 2015 and Smith 2015).

The year of 2014 marked significant international top news stories: the Ebola outbreak, the rise of the Islamic State’s insurgency, the kidnapping of over 200 Nigerian school girls by Boko Haram or the passing away of beloved comedian Robin Williams (Shkimba 2014). Yet, editorial apex The Guardian has labeled the year of 2014 as a watershed one, where “the power of social media can be a new force for good for gender equality” (The Guardian 2014). In parallel, Time has stapled 2014 as “the best year for women since the dawn of time … but there’s a long way to go.” (Alter 2014). And indeed there will be and there is.

Since the watershed year, a lot of progress has been made. The Church of England has ordained its first female bishop in 2015. In July 2015, on her 18th birthday, Nobel Peace Prize recipient Malala Yousafzai opened a school for Syrian refugee girls in Lebanon, in the Bekaa Valley, near the Syrian border (Mendoza 2015).

Emma Watson has taken her HeForShe commitments to the next level by taking her cause to the World Economic Forum in Davos in 2015 and 2016, whilst organizing a widely covered Q&A session on International Women’s Day, in 2015. On the same date, in 2016, Watson jointly inaugurated the HeForShe Arts Week: “a new initiative to leverage the arts for gender equality”. Subsequently, the British actress has taken a year off acting in order to pursue her work on feminism as well as curating her brand-new feminist “Our Shared Shelf” book club.

For or against feminism, only one thing is sure: feminism is here to stay. Now, the true question can be asked: how will the movement evolve next? Towards genuine social-professional equality, or towards a newest form of social discrimination? We shall have to wait and see.

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Author: Lee Grauls
Language: English
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References :

Retrieved from http://www.pacificu.edu/about-us/news-events/four-waves-feminism